Se questo è un uomo

Straordinaria testimonianza della brutalità dei lager nazisti e della lotta dei deportati per la sopravvivenza fisica e morale "Se questo è un uomo" nasce dal bisogno dell'autore di dare na testimonianza che ci renda partecipi dell'orrore di cui milioni di esseri umani sono stati vittime.Per quest il suo racconto e le sue descrizioni sono talmente minuziose e particolari da rendere il libro un vero e proprio documentario.

Ma l'intenzione dell'autore non è solo questa: insistendo con minuzia su particolari in apparenza banali (le scarpe,le unghie) Levi ci fa intravedere che cosa volesse dire una sopravvivenza attaccata precariamente, giorno per giorno, a queste minime cose ed evidenzia la necessità di una "sopravvivenza morale" che mantenga nei prigionieri quei residui di vitalità che non gli facciano dimenticare di essere uomini ("lavarsi tutti i giorni nell'acqua torbida..."). Considerando accanto alle torture fisiche anche quelle mentali l'autore ci delinea il progetto di una distruzione morale dei prigionieri prima che fisica.

Il lager rappresenta per Levi il rovesciamento dell'umano: la cancellazione del nome e la riduzione a numero, la scritta beffarda ARBEIT MACHT FREI, gli "infiniti e insensati riti da compiersi al mattino".

"...La nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che la nostra vita...". Arrivati al campo di Auschwitz gli ebrei non hanno più nè la volontà di vivere, nè una cosciente rassegnazione, ma hanno la paura di perdere loro stessi.Protagonista del romanzo è un non-uomo umiliato e offeso che grida la sua volontà di giustizia e di riscatto  di fronte al mondo del lager che ogni dignità ha negato, ma anche davanti al mondo del dopoguerra che preferirebbe dimenticare, non sapere, non misurarsi con le atrocità del suo recente passato.E a questo punto è simbolico il sogno descritto nel capitolo LE NOSTRE NOTTI."...essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tanta cose da raccontare: non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono...". C'è qui tutta la paura che un giorno il martirio di milioni di uomini possa essere dimenticato: "perchè il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?".Alternativamente alla narrazione nel libro sono presenti in maniera incisiva riflessioni ricche di pathos che spesso si risolvono in domande retoriche che ci guidano alla riflessione. Ed ecco che la narrazione si arricchisce di interrogativi etici sulla condizione umana.Straordinariamente realistiche e pregnanti sono le varie definizioni che l'autore dà a quel non-uomo immerso nella "gigantesca esperienza biologica e sociale" del lager: "fantasmi", "pezzi", "grigia macchia", "vermi vuoti di anima".Un episodio particolarmente significativo è quello di Kraus. Esso ci immette nel vivo di una giornata al lager, sotto la pioggia, al freddo, alla fame, nella melma, della quale però Levi ci tempera la disperazione presentandoci un personaggio, Kraus e il suo falso sogno che lo fece contento, e lasciandoci capire che anche per lui quel sogno fu un mezzo per sentire meno il freddo e la stanchezza.La fantasticheria, il sogno vero o immaginario, il ricordo delle cose belle del passato non sono soltanto divagazioni della mente, ma sono l'oasi a cui ogni prigioniero attinga la forza per andare avanti e acquistare la coscienza del proprio essere e la dignità di non lasciarsi travolgere, almeno nel pensiero. E possiamo renderci conto che anche nelle circostanze più degradanti è la mente che sorregge e guida il corpo e riesce, almeno in parte, a dominare i bisogni. E si può sperare salvezza.Nel romanzo di Levi non c'è mai una diretta invettiva contro i tedeschi o contro Hitler (che non viene mai nominato). La sua polemica si esplica proprio attraverso la narrazione dei fatti nella loro brutalità quotidiana e non è mai finalizzata a colpire dei responsabili in particolare. Le cause del nazismo e del razzismo non sono solo da individuare in singoli capi carismatici mostri-promotori di distruzione, ma un ampio margine di responsabilità lo hanno gli uomini comuni che sedotti da mitologie di massa o esaltavano i capi del terrore eseguendo i loro ordini o tacevano per omertà.Levi ha cercato il silenzio della morte forse perchè era ancora solo a leggere e a rileggere con la sua memoria quelle parole del "dizionario lager", in mezzo al silenzio degli altri, all'indifferenza della storia.Oggi che abbiamo finalmente maturato una memoria storica attraverso gli strumenti dello studio, della discussione, della riflessione, del confronto razionale, stiamo imparando a rifiutare nuovi recinti, nuovi lager, soprattutto in un tempo come il nostro in cui la tecnologia domina incontrastata e il potere in ogni forma si afferma colonizzando l'inconscio piuttosto che convincendo le coscienze.Non voglio pensare che sia questa la realtà, ma come giovane sono certa che lo spirito critico e problematico sia l'antidoto da porre ai rischi del vivere comune affinchè il 27 gennaio non sia solo una data commemorativa, ma un organo del nostro corpo mentale senza pericolo di rigetti. Solo così possiamo incorporare ad uso correte una biblioteca, una cineteca, una visita sui luoghi della Shoah.

Alessia Viti