| I Classici e la scuola europea |
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"Classico è ciò che ancora ha da essere". Partendo da questa definizione del poeta Mandel'stam proviamo a dare una definizione di "classico". La domanda che più invita alla riflessione è: perchè i classici? Nel mondo della nuova trinità -inglese, internet, impresa- cosa hanno da dire l'Odissea di Omero o il De civitate Dei di s. Agostino? "I classici interpellano solo il nostro archè o anche il nostro telos". Partendo da questa provocazione del latinista Ivano Dionigi proviamo a descrivere il ruolo che la scuola ha nei confronti dello studio dei classici. Molti vedono la scuola come il luogo della modernità e dell'apprendimento delle tecniche: si moltiplicano i corsi di informatica, di lingue... L'uomo però non dev'essere solo un produttore, ma soprattutto un pensatore. Il sapere che ci fornisce la scuola dev'essere quindi assoluto (da ab-solutus, slegato), cioè sempre valido, caposaldo di un mondo in continuo mutamento. E questa conoscenza non può esserci offerta se non dai classici, che parlano all'uomo in quanto tale, non all'uomo del V sec o del XX sec. I classici non sono limitati nè da un'epoca, nè da una nazionalità. Andando ancora oltre potremmo chiederci: una fotografia, un film possono essere classici? Il dibattito è aperto. E' chiaro che non esiste un canone rigido. ogni lettore ha i suoi classici e ogni uoo deve avere i suoi classici. I classici sono un diritto di tutti e non un lusso di pochi. E la scuola appunto dev'essere un importante terreno per la loro divulgazione. Ritengo dunque che lo studio dei classici debba essere difeso nei licei, in lingua originale, e diffuso in tutti gli ordini della scuola, in traduzione. Sarebbe opportuna inoltre una modifica all'impianto della didattica, la cui impostazione prevalentemente storicista porta lo studente a leggere i classici per dovere e quindi in maniera distaccata e non per piacere per coinvolgimento. Lo studente ha forse bisogno di essere affascinato innanzitutto dai testi classici per poi cercarne le coordinate storiche. Ciò evitando sia di renderli avulsi dal loro contesto storico, sia di attualizzarli anacronisticamente. Non a caso Freud ha elaborato la teoria del complesso di Edipo proprio studiando l'Edipo Re di Sofocle. "Noi siamo come nanii gigantum humeris insidentes, così che possiamo vedere più lontano di loro non a causa della nostra statura o dell'acutezza della nostra vista, ma perchè stando sulle loro spalle stiamo più in alto di loro" dice Bernardo di Chartres. E la vecchia querelle des ancienes et des modernes è risolta. Lo studente va quindi liberato dal timore di leggere i classici come libri antichi, superati. Va piuttosto guidato a convincersi che, nella frequentazione dei classici, egli può trovare quell'innesto di idee che faranno germogliare nel corso della vita le sue vocazioni e il suo libero pensare in ogn campo, il riconoscimento dei propri limiti e del valore altrui. Investiamo sui classici anche come vademecum, come la biblioteca pensile di Cosimo nel romanzo di Calvino, per aiutare il giovane nel passaggio della "Linea d'ombra" per dirla con Conrad. Infine i classici come educatori alla libertà per non essere fagogitati dal presente e non essere schiavi del divertessement. Per scendere concretamente sul piano delle proposte a voce dello studente-tipo: come può mancare nella formazione del giovane di oggi lo studio dei classici della musica? Al di là dell'esercizio pratico che richiede inclinazione e talento e i luoghi proposti, l'iniziazione all'ascolto della musica classica contribuisce a maturare la sensibilità dello studente e a fargli cogliere con maggior gusto la musicalità insita in ogni opera d'arte. Alessia Viti |