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L'uomo è essenzialmente capacità di prendersi cura PDF Stampa E-mail

Il primo a parlarci di cura in termini filosofici è Heidegger, che definisce l’uomo l’unico ente in grado di prendersi cura dell’essere. Arricchendo la filosofia heideggeriana di una componente significativa, la dimensione trascendente, possiamo dire ancora di più: l’uomo è essenzialmente capacità di prendersi cura. La sua esistenza non è riducibile a pura presenza:il “rimanere a guardare se stessi e il proprio intorno” è lasciarsi vivere, proiettati nel baratro di un’esistenza in autentica. L’essenza dell’uomo, creato a immagine di Dio, è relazione, possibilità, apertura, ec-sistentia, trascendenza, dono: tutti valori che, solo se realizzati, fanno gustare la felicità di un’esistenza autentica.E’ proprio dell’uomo, quindi, prendersi cura del proprio essere e di quello altrui.

 

Cosa significa prendersi cura

Prendersi cura non ha un significato univoco. Diverso è prendersi cura di una pianta, di un cane o di un uomo. Prendersi cura di un uomo non vuol dire addomesticarlo. Addomesticare, come ci insegna Saint-Exupery, significa creare legami di dipendenza, fino a far nascere in ciò che si è addomesticato il bisogno di qualcuno e considerarlo unico per sé. Finché si tratta di una volpe è legittimo e non ripugna. Ma diventa offensivo se lo si pensa per l’uomo.Nessuno, per quanto grande sia il numero delle persone di cui deve prendersi cura, può porsi con loro in una relazione di addomesticamento. Prendersi cura di una persona significa innanzitutto rispettare, stimolare e valorizzare lo svolgersi della sua esistenza, secondo la progettualità che essa stessa contiene e che a priori non è conosciuta neanche dal soggetto stesso, ancor meno da chi la osserva.

Nella relazione personale, il prendersi cura dell’altro non può mai rifarsi a schemi precostituiti, elaborati su esperienze pregresse, tanto da forgiare un cliche. Se l’altro è accolto nella sua unicità, colui che si prende cura dovrà necessariamente partire dalla unicità del soggetto a cui rivolge questa cura, questo comporterà un atteggiamento attento all’altro, di accoglienza, ascolto e apertura non condizionata. Nel campo antropologico, la sapienza empirica (la cosiddetta esperienza!) è fuori luogo, e, se utilizzata come unico metro d’azione, è addirittura devastante. E questo in forza del fatto che l’essere di cui mi prendo cura non mi apparterrà mai come qualcosa, e qualcosa per me (lo ridurrei, altrimenti, ad un’esistenza inautentica). 

Come prendersi cura 

Se prendersi cura è un interessarsi dell’uomo da parte dell’uomo, esso va ben oltre la mera conservazione dell’essere. Non c’è niente di stantio nel processo di cura, perché “non si limita a progettare ed eseguire interventi sulla base di eventuali conoscenze teoriche; la cura salva in quanto conosce e agisce, progettando, proponendo e vivendo esperienze e situazioni esistenziali, che possono consentire ad una persona di “salvarsi” da sola, di accettare di decidere della propria esistenza, nella consapevolezza del rischio che l’accompagna, ineluttabilmente. Così, al contempo, la cura forma favorendo e promuovendo autoformazione” (La cura educativa, Palmieri). Qui si va ben oltre il noto rispetto della libertà altrui. L’atteggiamento della cura non si limita a quel rispetto, che molto spesso si traduce in un atteggiamento di scommessa a tu per tu, una sorta di “vediamo che sai fare” che soffoca sul nascere la libertà di spirito… ma punta tutto sul pieno esercizio della libertà, stimolandola, favorendola, proteggendola da eventuali condizionamenti, anche personali. Dio ha puntato tutto sulla nostra libertà ed è modello perfetto di come ci si deve prendere cura, formando testa e cuore dell’essere umano. Non è togliendo le possibilità di scelta che si facilita il buon esercizio della libertà. Dio ha giocato a carte scoperte con noi, mostrandoci tutto il giardino dell’Eden. Nel prendersi cura è richiesta una forte capacità di spiegare, dare motivazioni soddisfacenti, profonde, esaurienti; richieste tutte che spesso interrogano proprio colui che deve dare motivazioni sul suo grado di comprensione di quelle verità che egli stesso deve trasmettere. E ciononostante, pur dietro spiegazione divina l’uomo ha sbagliato. Ma Dio non si è incattivito: non ha smesso di prendersene cura.Questo perché l’atteggiamento di cura va ben oltre gli obiettivi che ci si propone. O meglio, non può dipendere dal raggiungimento di questi obiettivi. Quando il raggiungimento degli obiettivi diventa una preoccupazione (non un’occupazione, si badi!) in chi cura, perché si pensa che da questo dipenda un giudizio di valore sull’efficacia del proprio atteggiamento di cura, si appare estremamente duri e alienanti nel rapporto umano: piuttosto che prendersi cura si rischia di ingolfare l’altro, che nota un’irrazionale interesse verso l’obiettivo, più che verso di sè. Il risultato è l’irrigidimento, probabilmente da entrambe le parti.Per prendersi cura in modo autentico, occorre instaurare una vera e propria relazione empatica d’aiuto. L’empatia è l’atteggiamento che fonda la cura. Oggi si parla più propriamente di matérnage, non perché sia una qualità esclusiva di una madre, ma perché meglio esprime il rapporto di relazione reciproca che costituisce la ragione dell’empatia. La madre non è tale solo per l’esistenza di un figlio, ma per la relazione di maternità e filiazione che entrambi decidono di instaurare. Esiste il rifiuto della maternità a cui corrisponde il fallimento esistenziale del figlio, così come esiste il rifiuto della filiazione a cui corrisponde il fallimento della madre. Entrambi per realizzarsi hanno bisogno l’uno dell’altra. Per prendersi cura dell’altro non si può fare a meno dall’altro. Ci si trova così improvvisamente nelle disposizioni di una forte richiesta d’aiuto da parte di chi deve prendersi cura: come posso prendermi cura di te?

E la domanda non può essere rivolta ad un terzo, sperando che opini giusto sulla persona con cui io debbo relazionarmi. Quanto è importante la trasparenza nel rapporto di cura, che non può ammettere l’accumulo di cose non dette, ma pensate e riferite a terzi. Solitamente questo accade quando si avverte l’incapacità di uno scambio comunicativo che non vede soluzioni all’interno della relazione.

“Se curare è comunicare sulla linea dell’umano, sicuramente è anche un’azione che mette in crisi, che espone all’inaspettato, che può porre dinanzi allo scontro, non solo all’incontro, nel momento in cui si declina come uno scendere da un ruolo per avvicinarsi all’altro, nel suo terreno. Perché quando si scende si fanno i conti con se stessi, con il proprio fondo. Allora, quella cura di sé che può darsi nella cura dell’altro può anche essere dolorosa, e non immediatamente consolatrice” (La cura educativa, Palmieri). E’ un rischio che, se non si accetta di correre, svuota di senso fino a ridicolizzarlo, ogni tentativo di cura. Prendersi cura non ha altro sinonimo che servire: e “per servire, servire”. Come servire? “Guarda i girasoli: si inclinano al sole. Ma se ne vedi qualcuno che è inclinato un po’ troppo significa che è morto. Tu stai servendo, però non sei servo. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini, ma non è servo degli uomini” (La vita è bella, Benigni), perché non fa dipendere la Sua felicità dalle risposte dell’uomo, anche se non Gli sono indifferenti. E’ felice nell’atto stesso di donare, perché nel donare la vera reciprocità consiste appunto nel darsi a qualcuno perché anche l’altro si dia, non perché mi dia.

Prendersi cura della casa: perchè?

Perché l’uomo ha una casa? Le risposte sono varie, ma tutte molto interessanti: perché ha il diritto alla proprietà privata; per avere un riparo, un punto di riferimento dove tenere le sue cose; perché va formando una famiglia; per recuperare energie…Prendersi cura della casa, dunque, non può non rispondere a queste esigenze:

-  avere un luogo dove custodire la propria intimità e sapere che non è violata da sguardi curiosi

-  avere un clima condizionato (per ripararmi dal freddo o dal caldo) che mi stemperi la tensione del lavoro

-  avere cibo di qualità e pronto all’occorrenza

-  avere qualcuno che mi aspetti e con piacere

-  avere di che vestirmi in modo degno

-  avere una casa pulita e ben arredata

Quando le esigenze sono soddisfatte la risposta è leggibile nelle piccole cose: nelle portate finite, nell’affluenza di gente in casa e in tutte quelle circostanze che confermano e aumentano la richiesta di lavoro da parte di chi deve prendersi cura. Ma, se la gente preferisce mangiare fuori, mandare in tintoria la sua roba, avere le sue cose in ufficio, non essere accompagnato a pranzo (se in ritardo) da nessuno, pulirsi la stanza perché impolverata, comprare i dolci fuori, e tutto questo per non appesantire il lavoro dentro casa, non avrà mai la percezione di qualcuno che si prende cura di sé e della sua casa, ma avvertirà, presto o tardi, il peso di qualcuno in casa sua che egli non deve disturbare. E siccome si è consapevoli di usufruire di un servizio, se ad un bisogno espresso si risponde con un diniego smette di essere un servizio e fa molto male; se ad ogni richiesta si apre un dilemma: gusto o capriccio? festa o appesantimento? esigenza o pretesa? non si avverte la gioia del servizio ma la durezza del dovere, che appartiene alla filosofia del lavoro-guadagno, pago-pretendo, così lontana dalla fecondità di un servizio disinteressato, che dà in abbondanza. D’altra parte, chi eroga il servizio quali dati ha per risolvere i dilemmi gusto o capriccio? esigenza o pretesa? E’ così pericoloso il disservizio da rendere sempre preferibile la scelta di un atteggiamento di accoglienza e di gratuità.Indubbiamente, la salvaguardia della qualità del cibo comporta oneri e fatiche, che non ha eguali e proprio per questo deve continuare a caratterizzare i nostri centri. E’ molto più facile andare in pasticceria e comprare una torta anonima di buon compleanno; impegnativo e dispendioso è presentare un dolce personalizzato e che indovina pienamente i gusti del festeggiato. Diversi sono gli effetti, in bocca e, più ancora, nel cuore. La mancanza di tempo non può –non deve- avere il sopravvento sulla qualità del servizio.  Non è perché aumentano le persone da formare che smettiamo di prepararci i mezzi di formazione da erogare o ci appelliamo a surrogati d’archivio… L’ingegno materno è fatto per sostenere in via esponenziale –a misura che cresce il cuore- tutti i deficit familiari, anche quelli relativi alla povertà di tempo.  Forse bisogna volere essere più madri…

 

La maturazione della persona che fruisce del servizio

Il rispetto del lavoro in chi usufruisce del servizio non può consistere in una diminuzione della richiesta del servizio, ma in una facilitazione dello stesso che si traduce nell’esercizio delle virtù nel fruitore: ordine, puntualità, capacità di pianificazione, gratitudine…  qualità che vengono incredibilmente stimolate se il servizio rimane tale. La gratitudine, infatti, è stimolata se l’atto che si riceve va oltre quello che ci si aspetta, esigendo un atteggiamento di risposta immediato, che, molto probabilmente, si concreterà in una piccola conversione personale, in un atteggiamento di apertura verso altri fronti, di cui, chi eroga il sevizio non potrà essere mai a conoscenza.Certo, la gratitudine, così come tutte le virtù non nascono spontanee. Vanno indotte con l’esempio altrui e la determinazione propria. E tutto questo richiede tempo. Non si possono stabilire a priori i tempi di risposta ai richiami formativi. L’importante è non smettere di erogare formazione e quindi di prendersi cura a lo divino!

 

Oriana Parisi

 
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